Esiste una disciplina che scruta il cosmo non per mappare la distanza tra le galassie o per determinare la composizione delle stelle, ma per misurare l’impatto del cielo sulla nostra storia, sul nostro immaginario e sulle nostre civiltà: è l’astronomia culturale. È attraverso questa specifica lente che possiamo unire in un unico, grande affresco eventi apparentemente lontanissimi: dai miti dell’antichità fino ai banchi di scuola di oggi.
Che cosa lega il terrore degli antichi egizi davanti a un cielo tinto di rosso – interpretato come il segno tangibile dell’ira degli dei – alle cronache medievali inglesi, quando sfogliando la Peterborough Chronicle del XII secolo vi troviamo descritte eclissi, comete e “draghi celesti” che squarciano la notte anglosassone, e all’articolo della giornalista tedesca Wenke Husmann, balzato questa settimana agli onori della cronaca per essere stato selezionato come traccia d’italiano dell’esame di maturità 2026?
Nulla, a prima vista; in realtà, moltissimo. Il trait d’union è proprio quel sussulto primordiale di awe and wonder – un misto di sbigottimento, timore reverenziale e meraviglia pura – che l’essere umano prova da sempre quando alza gli occhi al cielo e si confronta con qualcosa che eccede la sua esperienza quotidiana. Che si tratti del passaggio di una cometa o del buio improvviso in pieno giorno di un’eclissi solare, o anche solo di una luccicante notte stellata, il firmamento ha sempre costretto l’uomo a ridefinire i confini della propria immaginazione, spingendolo non solo a stupirsi, ma a voler capire.
Nel suo articolo “Funziona a meraviglia”, pubblicato su Internazionale, Husmann prende spunto da un’esperienza personale: l’osservazione di un’aurora boreale insieme alla figlia. Husmann racconta di essersi trovata ad Amburgo, sotto “lunghe strisce infuocate”, e di aver letto lo stupore puro negli occhi di sua figlia bambina. Da questo evento celeste l’autrice si interroga sull’esistenza di una “versione adulta” dell’incanto. Se da bambini la meraviglia davanti all’universo è istintiva, l’uomo contemporaneo, distratto dalla routine, deve compiere un atto intenzionale per riscoprire quello stupore. Grazie all’eredità dell’Illuminismo e dell’indagine scientifico-empirica, oggi sappiamo che l’aurora boreale «non è un messaggio mitologico, ma la collisione tra gli elettroni e gli atomi dell’atmosfera». Eppure, avverte la giornalista, «un mondo dove si può spiegare ogni magia è un mondo terribilmente triste».
La stessa intuizione la ebbe un secolo fa Max Weber, che nel suo La Scienza come professione del 1919 descrisse con un’efficacia tinta dell’angoscia delle guerre mondiali che si andavano gonfiando nell’Europa circostante il cosiddetto “disincanto del mondo”. La scienza occidentale andava producendo, in parallelo alla crisi del Romanticismo e al trionfo del neo-positivismo, un contesto intellettuale razionalizzante e ormai completamente avulso dal mondo magico e religioso che aveva garantito fino ad allora il collante e il motivo unificante dell’esperienza umana.
Il crollo delle credenze, col suo terribile senso di vuoto, non significò necessariamente la fine della meraviglia. La scienza modificò il nostro modo di guardare il cielo, ma aprì anche prospettive prima impensabili all’immaginazione. Lo intuì Walter Benjamin osservando il successo dei primi planetari moderni: strumenti capaci di restituire al pubblico un’esperienza del cielo stellato inedita e coinvolgente. La stessa tensione verso il Sublime (das Erhabene) sarebbe sfociata in pochi decenni nell’esplorazione spaziale e nella costruzione dell’immaginario scientifico del Novecento.
E in effetti l’aurora boreale descritta da Husmann non è solo un fenomeno atmosferico: è il pretesto per un’osservazione culturale su come la meraviglia si riveli una risorsa fondamentale per continuare a comprendere il mondo e su come, ancora nel nostro secolo, l’uomo comune si relazioni al cosmo senza cessare di rivolgere affascinato lo sguardo alle stelle. L’astronomia culturale risponde proprio a questa domanda, esplorando l’impatto dell’osservazione del cielo in ogni sua espressione culturale diversa dalla scienza “esatta”. Ci dimostra, carte alla mano, che il tentativo di spiegare l’universo non ne ha mai davvero cancellato l’incanto, semmai lo ha nutrito.
In fondo, non era il Platone del Teeteto a ricordarci l’origine di questo inestricabile legame tra stupore e pensiero?
Si addice particolarmente al filosofo questa tua sensazione: il meravigliarti. Non vi è altro inizio della filosofia, se non questo, e chi affermò che Iride era figlia di Taumante non fece male la genealogia. (155d)
Iride, il fenomeno celeste (l’arcobaleno), nonché la messaggera degli dèi – simbolo della conoscenza e del sapere – nasce da Taumante, la meraviglia. È da quel naso all’insù che, da millenni, nascono scienza, mito e filosofia.
Questa indagine sull’elemento umano nell’osservazione del cielo ci costringe a rivedere i nostri stereotipi. Tendiamo a immaginare gli astronomi ingabbiati in cliché, o come romantici solitari persi nella contemplazione all’oculare, o come freddi meccanici computatori di abissi smisurati e cataloghi stellari, ormai insensibili al fascino del cosmo.
Fonte: Media INAF (un articolo di Salvatore Guglielmino e Giangiacomo Gandolfi)

