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La missione Plato compie un altro passo decisivo verso il lancio. La sonda dell’Agenzia spaziale europea ha infatti superato con successo l’ultima campagna di test in condizioni estreme che simulano l’ambiente spaziale, aprendo la strada al lancio previsto all’inizio del 2027.

All’inizio di marzo, per la prima volta, il satellite è stato messo alla prova all’interno del Large Space Simulator (Lss), la più grande camera criogenica a vuoto d’Europa, situata presso il centro dell’Agenzia spaziale europea Estec dedicato alla ricerca spaziale e allo sviluppo tecnologico, nei Paesi Bassi. All’interno del simulatore – un enorme cilindro di quindici metri di altezza e dieci di diametro – è possibile raggiungere un vuoto un miliardo di volte più rarefatto rispetto a quello terrestre. All’interno della camera, Plato è stato sottoposto a sollecitazioni simili a quelle che incontrerà nello spazio, simulando in modo molto realistico analoghe condizioni ambientali.

L’obiettivo della missione è individuare pianeti simili alla Terra, potenzialmente abitabili, in orbita attorno a stelle simili al Sole. Per farlo, Plato si affida a ventisei telecamere ultrasensibili, progettate per rilevare variazioni minime nella luminosità stellare in corrispondenza del possibile transito di un pianeta davanti al disco della sua stella. Le telecamere sono state costruite da un consorzio di istituti di ricerca europei coordinati da un team italiano basato all’Inaf in collaborazione con l’Esa.

«Per individuare e caratterizzare pianeti simili alla Terra dobbiamo misurare variazioni di luminosità inferiori a 80 parti per milione», spiega Ana Heras dell’Agenzia spaziale europea, project scientist della missione. «Una precisione estremamente impegnativa: per questo i test in condizioni che simulano l’ambiente spaziale sono cruciali».

Le 26 fotocamere della sonda Plato. Crediti: Esa

Particolare attenzione nei test è stata dedicata proprio alle prestazioni delle telecamere. «La messa a fuoco dipende dalla temperatura dei tubi ottici», aggiunge Thomas Walloschek dell’Agenzia spaziale europea, project manager della missione. «Abbiamo quindi verificato di poter controllare con grande precisione le condizioni termiche per mantenere sempre la qualità delle immagini».

Nel corso delle prove, il satellite è stato sottoposto sia a condizioni nominali sia a scenari più estremi del previsto. L’azoto liquido fatto circolare nelle pareti della camera permette di raggiungere temperature bassissime, mentre esternamente alla camera una griglia di riscaldatori simula l’irraggiamento solare sui pannelli e sullo scudo termico del satellite.  Durante la cosiddetta fase “calda”, il lato esposto al Sole ha raggiunto i 150 gradi Celsius. Allo stesso tempo, le fotocamere — protette dallo scudo solare — sono state mantenute tra -70 e -90 gradi Celsius (ovvero tra 70 e 90 gradi sotto lo zero). Nella fase “fredda”, invece, l’intero veicolo è stato raffreddato e i sistemi di riscaldamento interni sono stati attivati per evitare che gli strumenti scendessero sotto le soglie operative.

«Abbiamo volutamente spinto Plato oltre le condizioni che incontrerà nello spazio», sottolinea Walloschek. «Vogliamo essere certi che il sistema funzioni sia in condizioni nominali sia in scenari più severi».

La campagna di test si è conclusa, ma il lavoro è tutt’altro che finito. Nei prossimi mesi, i dati raccolti verranno analizzati per affinare i modelli termici e comprendere nel dettaglio il comportamento del satellite e dei suoi strumenti. Se non emergeranno criticità, il calendario resta confermato: lancio all’inizio del 2027, a bordo di un Ariane 6.

Per saperne di più:

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